Posso farcela. Posso farcela. Posso farcela.
Quando nel cuore della notte mi sveglio soffocando per l’ennesimo attacco di panico ripeto il mio mantra preferito: sono una persona forte. Posso farcela.
Lettere di addio. Poesie rancorose. Sono le mie specialità. Ne scrivo a decine, così i propositi suicidi si affastellano gli uni sugli altri e la gente vive tranquilla.
Non sono una bella persona.
Sono una persona schifosa, a dirla tutta. Una persona piena di melodramma e di patetico male di vivere. E senza ragione. Questo è il motivo per cui anche la gente che dovrebbe amarmi e che mi ama (sebbene sul significato della parola “amore” tuttora mi interroghi con sospetto), mi guarda senza rabbia, senza ostilità, senza odio. Senza. Mi guarda e scuote la testa. E mi capisce. Mi rimprovera. Ma mi giustifica. Perché sono io. La pazza di famiglia. La poverina che ha sbroccato. La sfortunata. La povera piccola patetica idiota. Capita, a volte.
Così mentre tutti sono impegnati ad aiutarmi, a consolarmi, io annego in questo schifosissimo oceano di tenerezza che la gente perbene, piena di amore e di speranza per il futuro, mi riversa sulla testa. Annego nella tenerezza e nelle buone intenzioni. E in cambio odio tutti quelli che mi circondano. E odio più di tutti quelli che hanno il mio stesso sangue nelle vene. Quelli che mi riversano tenerezza e pazienza e amore e comprensione a secchiate sulla testa. Quelli che con la loro disponibilità e intelligenza e bontà, mi stanno ammazzando. Che possono guardarmi senza odio perchè sanno di non essere come me. Perché sanno che una pazza come me ha bisogno di quelli come loro. Perché la bambina idiota e patetica strillerà e strepiterà per ore, e poi piangerà sfinita e allora sì, allora avrà bisogno di quella pacca sulla spalla e delle magiche paroline: “non sei una merda” che possono farla stare meglio. E dopo tutti rideranno e diranno: “bene, è passata anche questa, signori. La piccola pazza e patetica ci ha fatto passare un brutto quarto d’ora, ma ora guardatela... è felice. Ha capito. L’abbiamo riportata sulla via della ragione. Vivrà meglio d’ora in poi. Niente più crisi. Addio attacchi di panico. La piccolina starà bene, da adesso in poi”.
Quello che questa gente non capisce è che la piccola mentre sorride e dice che non dirà mai più di essere una merda, si sente la merda più merda del mondo.
Quello che questa gente paziente non capisce, è che la piccola che hanno appena salvato, sta facendo sforzi incredibili per dissimulare la fitta al centro del petto.
Quello che questa gente comprensiva e piena di amore non capisce, è che la piccola quella notte piangerà e piangerà e piangerà e avrà paura di se stessa, avrà paura del mondo, molto più che in altri momenti, e sentirà il bisogno di chiudersi nel nulla e diventare il nulla e morire e non pensare più a niente.
E il tutto oppressa dall’odio. E dal rancore. Perché la piccola non sa odiare il mondo, senza pentirsi. Non sa procurare il male, senza sentirsi una vigliacca.
E tutto questo sta portando la piccola alla follia. E alla disperazione. Siamo a metà strada, signori.
Questa è la Famiglia.
Onora la Famiglia.
Il tizio che ha inventato la famiglia lo vorrei nel salotto di casa mia. Impalato.
Il punto è che noi esseri umani tendiamo a lasciare le nostre schifose impronte dappertutto. Anche quando non ce ne sarebbe di che vantarsene.
Io osservo e scrivo. Punto. Lascerò il mio nome qui, perché magari qualcuno un giorno se lo ricorderà. Io sarò forse una pezzente che vive per strada, o peggio sarò morta, o peggio sarò sposata e avrò quattro figli e un lavoro in banca. Non importa. Il mio nome risuonerà sulle labbra di un perfetto sconosciuto. Magari bello. Magari orripilante. Magari un nobel. Tra due mesi. O tra vent’anni. Nell’inesplorato è il fascino della vita. Il tuo nome pronunciato da una persona che non conoscerai mai, in una città che non vedrai mai, in tempi che non vivrai mai. O dal tuo vicino. Che ti spia e ti ama. E tu non lo saprai mai. Il fascino è nel mai.
A volte la vita può fare un po’ meno schifo, se pensi a cose del genere.
Avere paura di te stessa.
Svegliarti nel tuo letto e sentire il peso di ogni tua cellula, sollevare le palpebre e constatare che sei ancora lì, viva e vegeta, che non è accaduto il miracolo, che il tuo cuore batte ancora, che nessuno può davvero aiutarti, che non hai il fegato di farlo da sola.
Avere paura di te stessa.
Non volere rimanere da sola. Perché sai che se sei sola, presto o tardi ci sarà quella specie di tuffo nel tuo cuore e ti ritroverai davanti ad uno specchio, con delle forbici in mano.
Non toccarmi. Non toccarmi. Non toccarmi.
Svegliarti nel tuo letto e sentire il peso di ogni tua cellula, sollevare le palpebre e constatare che sei ancora lì, viva e vegeta, che non è accaduto il miracolo, che il tuo cuore batte ancora, che nessuno può davvero aiutarti se non hai il fegato di farlo da sola.
Avere paura di te stessa.
Non volere restare da sola, perché sai che presto o tardi sentirai di nuovo quella specie di tuffo nel tuo cuore e ti ritroverai davanti ad uno specchio con delle forbici in mano.
Avere paura di te stessa.
Nascondere segreti. Vergognarsi di quello che si è. Piangere disperata per un taglio sul braccio. Piangere disperata per la gola che brucia.
Non sai farlo.
Ricordare il passato soltanto a tratti. Guidare a casaccio sperando nel caso. Pensare a tua madre che piange. Pensare a tuo padre che scappa.
«Hai paura?».
«No, no... non ho paura».
«E tremi?».
Rise ancora.
«Non ho paura».
«E allora dimmi perché tremi».
«Non lo so, ma non ho paura». Non piangere. Non piangere. Non piangere.
E tu dimmi perchè le tue mani sono fredde, così fredde, le sento così fredde, dimmi perché la mia pelle è così calda, e le mie labbra sono morte e i tuoi occhi, dove sono? Dove siamo? Nella terra nera, in fondo, in fondo, nel buio e nessuno ci può trovare, nessuno, neanche dio, neanche dio ci può trovare. Ma il peccato originale, quello sì, lo sento dentro, il peccato originale, e ha la faccia di madre e padre è scolpito nella mia casa, la casa oltre il bosco, la strada gialla e tortuosa, il polveroso domani che non verrà.
E le mie gambe nude e la sua forma distesa sull’erba e poi il suo viso che cancellava le stelle e le stelle erano morte, non vedevo più le stelle, le stelle erano sparite e anche la primavera, era tutto sparito ed io ero sua, soltanto sua, per sempre sua e non sapevo se volevo più esserlo, e forse non volevo più esserlo, ma non importava perché lo ero, ormai.
«Lo sai che potrei andare in galera, per questo?».
«Perché se mi ami?».
Rise.
«Perchè se mi ami dovresti andare in galera?».
Rise di nuovo.
«Sei una bambina. Hai gli occhi grigi e parli come una donna, ma sei una donna solo fuori, dentro sei una bambina, una stupida bambina che non capisce niente».
«Perché una persona va in galera se ne ama un’altra?».
Lui non rise. La sua forma distesa sull’erba, le stelle nel cielo i suoi occhi riflessi nel cielo e il cielo nei suoi occhi ed io sempre vicina e calda e le sue mani sempre più fredde e lontane. La prima volta. La prima volta. Che importa ormai? La prima volta. E lui non mi amava. Lui aveva quel sorriso cattivo che gli esplodeva all’improvviso sul viso, lui aveva quegli occhi chiari che passavano sul cielo e lo coloravano di promesse, che passavano sul mio viso e lo coloravano di promesse, di stupide, stupide promesse, allora ero sua, soltanto sua, per sempre sua, una stupida, stupida bambina con gli occhi grigi, con perle di fiume negli occhi, che non sapeva amare e non sapeva farsi amare.
«Non piangere ora, perché piangi? Cosa c’è da piangere? Sei una bambina, una stupida romantica bambina. Smetti di piangere, ora».
Ma i miei singhiozzi erano battiti di cuori spezzati, erano la pioggia e la grandine alla finestra, parole di stagno che si bloccavano in gola e lacrime fredde, come le sue mani, fredde sulle mie guance calde e lui col sorriso cattivo che gli esplodeva sul viso e quegli occhi chiari come il sole. Non piangere. Non piangere. Non piangere. Lo sai che non serve piangere. Lo sai che non serve. Ci sono io. Non c’è niente di male. Non c’è niente di male in quello che abbiamo fatto. E ormai tanto è fatto. E dio non ci vede. Dio non ci guarda. In fondo alla terra. Nel ventre grasso della terra. Nel buio, lontano, lontano.
Ho paura, sì. Ho paura.
I pranzi della domenica con la televisione accesa e i brindisi sempre uguali, squillanti bicchieri di cristallo, il vino dolce e la portata principale. Grigiore cadente a fiotti dal cielo, il pianto di un cane in strada, il salotto pulito, perfetto e squarci di passato affioranti dal muro. Profumo di vizio e di colpa.
Le parole vuote, convenevoli schifosi, una famiglia perfetta, davvero perfetta, perfettamente infelice, trasudante miseria, la spirale lenta che ci avvolge, i sorrisi di circostanza, le telefonate per sapere come stiamo, come va? Come stai? Bene, bene, bene. Perché non riesci a guarire?
Noi siamo quelli che la gente ammira.
Noi siamo quelli a cui la vita sorride.
Noi. Noi. Noi. Io non ne faccio parte.
È così che si vive. Così vivono tutti. Normale, normale, normale. Essere normale. Forse sono pazza.
Essere normale. Forse sto diventando pazza.
Suoni che non riconosco, il mio io nell’angolo a graffiarsi la faccia, lunghe strisce di sangue nell’incavo del braccio. Tu non lo sai. Tu non sospetti. Nessuno sospetta di me. Sono innocente, non c’è niente di male nella mia testa, soltanto un gran vuoto, a volte succede. A volte ti svegli e non provi nulla. Ma bastano un paio di forbici. Se vi racconto la mia pazzia, perché chiudete gli occhi?
Vomitare il dolore. Reggere il gioco. Ridere per finta. Raccontarsi bugie. Sperare che gli altri non vedano. Svegliarsi da sola in una casa fredda. Avere paura di se stessa. Sgattaiolare via da tavola dopo ogni boccone, perché lo stomaco esplode da solo. Faccio schifo, lo so.
Guardarti allo specchio chiedendoti se sei davvero tu o una visione inesplorata e assurda della tua anima. Chiederti nel cuore della notte se in fondo il dolore che provi non è la reiterazione brutale dei tuoi crimini insulsi. Odiare così tanto te stessa da non sopportare la vista integra della tua carne. Vomitare tutte le tue difese, i tuoi candidi propositi, la tua lucida felicità, i tuoi trucchi migliori. Hai mai detto la verità?
Stringerti contro te stessa per scacciare il vuoto di un’intera giornata. Chiedere aiuto senza parlare. Odiare gli altri semplicemente perché non ti odiano come dovrebbero
Io sono quella che piange nel buio.
Io sono quella che sorride alla gente.
Io sono quella da scopare per salvarsi la vita.
Io sono quella che scompare.
Io sono quella a cui spezzare il cuore, perché tanto è forte.
Io sono la stronza, la prepotente, la viziata.
Io sono la luce di una casa sfiancata.
Io sono il buio che mi mangia ogni istante.
Tutto quel sangue, ho trovato tutto quel sangue. Il tuo sangue. Nella mia stanza. Il tuo sangue.
E’ rosso, come il mio. Rosso come il mio. Un rasoio, signore. Un rasoio. Ha usato un rasoio. Pazzo, completamente pazzo. E’ importante? Il suo sangue mi macchia le mani e i vestiti. E’ rosso come il mio. Che differenza c’è? Non c’è differenza. L’ho trovato così. Addormentato per sempre sul mio letto. Era già così. Non so cosa sia successo. Era il suo sangue, in fondo. Non il mio. Ma il suo sangue, dio mio, il suo sangue, me ne accorgo solo ora. Era esattamente come il mio. E mi ha lasciato così. Con le parole spezzate premute soffiate nella gola, calde come fuoco, calde come brace e le parole che non ho detto e non ho potuto dire le solite parole maledette maledette che non gli ho detto mai.
Vorrei potertelo dire. Vorrei dirtelo. Vorrei dirti: figlio mio. Vorrei dirti: figlio mio, non piangere, non soffrire, figlio mio, non piangere, figlio mio, non piangere, non piangere, non piangere.
L’ultimo spettatore, l’ultimo spettatore, l’ultimo a cui è concesso morire sulla scena.
Sono qui, in attesa, nella casa senza finestre, nella casa senza cielo, nella casa mangiata dal vento, attendo qualcosa, ormai è solo l’attesa a colmare il mio futuro. E in fondo tutti prima o poi scompariremo. Tutti quanti. Perché allora dannarsi e piangere e lottare e fremere e amare? Perché tutto questo? Perché sprecare vita e tempo a rincorrere qualcosa a sperare in qualcosa ad amare qualcosa, quando è chiaro, è così stramaledettamente chiaro, che nulla ci renderà mai immortali, che solo l’immortalità ci permetterebbe di gustare il sapore di dio.
Un semplice spettatore. L’ultimo rimasto in piedi, le mani impacciate, senza il coraggio di applaudire. La scena è nera. Il sole tramonta su un orizzonte distante e carico di luce. La mia isola nera e silenziosa in cui vibrano frantumi di affinità, la mia isola rassegnata su di un piano increspato è assorbita dal bagliore alienante, l’eco di qualcosa che non è più perché in fondo non è mai stato, o è stato soltanto nell’illusa risata di un fanciullo a cui ancora non importava del proprio sangue.
La vita è altrove, è nelle case e nelle strade di città lontane, oltre quest’orizzonte sempre più luminoso e distante, che fugge roteando ed è come se dicesse il tuo tempo è trascorso, il tuo tempo l’hai usato, oramai, la vita è fra la gente che ancora non capisce, è sui visi dei non-nati e dei non-morti e mentre siedo sulla veranda e ascolto la vita passare e quietamente ripenso a ciò che ho visto, fatto o detto e a quanto invece non ho visto, fatto o detto, penso che in fondo potrei urlare anche io contro quest’orizzonte malvagio che se ne va, potrei alzarmi in piedi e puntare un dito, potrei farlo perché un uomo come me, che ha ingoiato dolore per anni… ma non ho più tempo per recriminare, il mio tempo è trascorso, il mio tempo l’ho usato oramai.
Aspetto.
L’attesa è il mio passatempo, quando l’orizzonte sarà lontano abbastanza allora verrà il buio e non ci sarà più nulla da attendere, più nulla da patire.
Era soltanto una figura nera ritta contro il cielo, nell’inverno duro del nord. Soltanto una macchia a forma di uomo, col bavero del cappotto alzato sul collo e il viso affondato nel futuro e nel passato.
Guardava il mare, spinto verso l’infinito cadenzare delle onde perfette, verso il movimento eterno del mondo ancora sconosciuto. Il solitario cemento del marciapiedi si staccava in maniera brutale dal nero di lui. Il turbinio morbido dei capelli era l’immagine concreta del vento che veniva dalle onde, col profumo di racconti millenari, col sospiro di un mondo nascosto.
Gli passai accanto perché era l’unica strada. Gli passai accanto e sentii il brivido nascosto al centro di quella bellezza diafana e letale, il marchio di un passato crudele che non avrebbe mai smesso di stillare. Non si voltò neppure, ed io non mi fermai, perché avevo paura, perché non ero niente, perché avrei voluto essere speciale, polvere di luce sui suoi occhi cerulei, polvere di luce sul suo viso contratto.
Il vento freddo del nord mi diceva di continuare a camminare, in fondo alla via avrei trovato un caldo rifugio, in fondo alla via c’era forse qualcosa.
Si mise al mio fianco trattenendo un sospiro con gli occhi. Era ancora più bello di quanto ricordassi. Non sapevo che dire, perciò restai zitta. Parlò lui, dopo un istante.
«Mi dispiace per quello che ho fatto».
Scossi la testa. «L’importante è averti qui».
«Hai sofferto molto?».
«Sì, molto».
Mi fermai. Era così freddo che non riuscivo più a pensare. Lui mi guardò innamorato e mi sembrò di udire la sua voce come venuta dalle onde.
«E’ un miracolo, credo».
«Sì, forse - risposi – e tu come stai? E’ tanto che sei tornato?».
«No, poco».
«Come stai?».
Lui riprese a camminare ed io lo seguii.
«Dove vuoi andare?».
«In fondo alla via».
«Di nuovo?».
Sorrise e mi prese la mano. Avevo le lacrime agli occhi. Allora ricorda, pensai. Allora non mi ha dimenticato, pensai. Allora è ancora mio.
Mi strinse contro il suo petto, la stoffa ruvida del cappotto profumato di salsedine contro la guancia, mi baciò il viso, mi baciò la labbra, mi baciò le mani.
«Non voglio lasciarti mai più» disse tremando nella voce.
«Non lasciarmi mai più, ti prego».
L’inverno soffiava terribile in fondo alla via.
«Non voglio restare più sola» dissi.
«Non ti lascerò mai più sola» disse.
Ci baciammo di nuovo, poi ognuno andò per la sua strada.
La trovai che piangeva riversa sul letto, con le spalle frementi sotto la leggera camicia, intuivo la linea morbida della sua schiena dalla nuca scoperta fino alla vita e sentivo nei suoi singhiozzi il ritmo di una preghiera a me diretta, come se mi chiamasse, lì a consolarla.
Entrai nella stanza e lei si tirò su e mi fissò sgranando quegli occhi giganteschi così chiari pieni di cielo e le due piccole rughe ai lati della bocca che prima non c’erano ed ora sì mi ricordarono che lei era la madre e l’altra la figlia e che io volevo la madre e non la figlia ma non avevo la madre, avevo la figlia.
«Che ti ha fatto?».
Mi guardò asciugandosi il viso ed io rimasi immobile contro lo stipite della porta, in attesa che lei lo dicesse finalmente, che dicesse ciò che sapevamo entrambi da sempre, sì è stato un errore sposarlo, sì non lo amavo, ma che potevo fare? Tu eri solo un bambino e una vita onesta e lussuosa non ce la saremmo potuta permettere. Ma rimase zitta, immobile, congelata nel suo dolore sempre più esclusivo, sempre in fuga, lontana, lontana, anche ora che la sua schiena era così vicina da poterla toccare.
«Non è niente, dove sei stato?».
Se ti dicessi al fiume, se ti dicessi in riva al fiume, se ti dicessi con lei, con tua figlia, che ha i tuoi occhi, ma non sa ridere, con quella stupida bambina che mi tormenta e mi tiene prigioniero, tu che diresti?
«Stai piangendo, non sopporto quando piangi».
Lei si alzò.
Non venire verso di me, ti prego. Ti prego non avvicinarti ti prego. Ti prego non farmi sentire di nuovo il tuo profumo. L’ho dimenticato. L’ho dimenticato per tanto tempo.
«Che hai?» mi chiese fermandosi. E i suoi occhi ora erano bruni e soltanto la luce della luna entrava nella stanza e lei era lì con la camicetta sottile sotto cui indovinavo il suo corpo mai conosciuto davvero, ma così tante volte stretto.
«Non lo sopporto».
«Non era niente».
«Se piangevi era qualcosa. Se dormivi, non era niente».
Rise, quella sua risata leggera e sottile. Rise e si asciugò una lacrima e avanzò di un passo. Non ancora, ti prego. Non ancora.
«Hai paura di me?».
«Non ho paura» le dissi. «Non ho paura. Perché credi che debba avere paura di te? Tu sei...». Tu chi sei? Non lo so chi sei. Potrei tirare ad indovinare ma sbaglierei ugualmente. Perchè tu non sei, se fossi qualcosa io saprei descriverti, ma non so cosa sei, perciò posso amarti.
«Non lo amo, è stato un errore, ma che avrei dovuto fare?». Mi disse così, tutto insieme, mi confessò le sue lacrime, mi confessò il suo dolore.
«Perché l’hai sposato? Avevi me».
«Tu eri un bambino».
«E’ come se lo fossi ancora per te».
Lei era adesso vicina, troppo vicina per non fare male, lei era esattamente ad un passo da me ed io adesso avrei potuto, mi resi conto che avrei potuto, avrei potuto afferrarla da un braccio e spingerla contro il muro e baciarla e tenerla lì con me per sempre, nella mia gabbia arroventata, a bruciare insieme, per sempre.
«Mi dispiace».
«Ti prego non avvicinarti ti prego. Ti prego non farmi sentire di nuovo il tuo profumo».
Il suo corpo che avevo stretto tante volte da bambino era cambiato, ma profumava sempre di vaniglia e di bosco e lei piangeva, piangeva lei adesso, e sentivo le sue lacrime sul collo e le mie mani immobili gelate sulla sua schiena rovente, e la mia faccia affondava nei suoi capelli e il dolore al centro del petto e la fiamma sempre più calda e ogni cosa scomparve, ogni cosa nel vortice di sgomento e piacere come quando ero un bambino, allora senza comprendere quello che stavo facendo le presi il viso, lo sollevai e premetti la mia bocca ansiosa sulla sua, e le mie labbra e le sue, la mia bocca e la sua e fu come se dio avesse creato l’amore solo allora.
«Se non ci avessero insegnato la colpa, nessuno peccherebbe» disse lei e adesso sorrideva piano, coi suoi occhi grigio-stagno come riempiti di qualcosa di indefinibile, a metà strada tra il disprezzo e la comprensione.
«Non lo senti il vero tormento?» dissi stringendomi contro i suoi capelli con la paura di sentirla disfarsi fra le mie dita. Lei mi respinse gentilmente e si rassettò i capelli e la camicetta sgualcita con un gesto leggero della mano.
«Non lo sento, no. Forse l’anima non esiste dopotutto» disse.
E se anche esistesse io l’avrei persa anni ed anni fa, e se anche esistesse neanche all’inferno potrei marcire davvero. Condannato. All’eterno desiderare.
Lei non lo sa quanto è difficile essere saggi, lei non lo sa e neanche quell’altro lo saprà mai, neanche quel ragazzino che le sta sempre intorno, non sono saggi loro, loro sono come era mio padre. A volte penso che noi saggi, noi seccatori, noi gente che si vive a lungo e senza scoppi di colore sui volti sbiaditi dalla rassegnazione, noi solo portiamo il peso della vita sulle spalle, noi solo, per permettere a quelli come loro di vivere e prosperare. Condannati ad un eterno isolamento mentre loro si danno da fare e restano insieme e si ritrovano e si amano, dominando sentieri divergenti, costringendoli a combaciare pur di stare assieme, piegando la linea della vita secondo le loro necessità. E noi invece percorriamo la strada tracciata da dio per tutti, la stessa identica strada, gli uni accanto agli altri, senza mai sfiorarci, guardandoci in cagnesco come se potessimo vedere riflessi nei nostri volti stanchi i fallimenti del genere umano.
E a volte ho pensato, dio mi perdoni, che forse avrei dovuto fare come mio padre e scavalcare un muro, lanciarmi nel vuoto dall’alto di un ponte, lasciare il mio ricordo ancestrale impresso su una pagina scritta, a volte ho pensato, dio mi perdoni, che solo da morto forse qualcuno mi avrebbe trovato davvero.
Ma i veri saggi sono loro, loro che vivono e muoiono e sanno farlo gli uni con gli altri, sì gli uni con gli altri, mio dio, uniti in un’inestricabile consacrazione dalla nostra silenziosa livida maledizione.
Domani è un’alba che nasce alla mia finestra, il sole a scacchi che si dipinge sulla parete.
Guardo la mia sagoma fusa nell’enorme scacchiera di luce ed ombra: perfezione è un istante di amore per me stessa. Perfezione è un minuto di silenzio per il mio cuore che batte.
Mi metto a sedere, nel vortice dei pensieri mattutini non ancora perfettamente svegli riconosco già la forza che mi guiderà verso sera: c’è bisogno di coraggio per guardarsi riflessi allo specchio, a volte la spirale si restringe così tanto sul viso che non mi riconosco e vorrei essere altrove.
Ma oggi non è così, oggi mi guardo, orgogliosamente fragile, l’immagine di me stessa che sorride e che mi chiede di non essere diversa.
Uno sconosciuto le passa accanto. Per un attimo il suo sguardo anonimo incrocia quello di lei.
Dio, se è bella, sembrano dire i suoi occhi spalancati.
Lo sconosciuto la fissa eccitato, ma lei prosegue per la sua strada respirando solo per un istante l’odore indiscreto dell’uomo.
Dev’essere un avvocato o qualcosa del genere, dev’essere pieno di quattrini, deve avere un moccioso frignante e una moglie infelice che lo aspettano in una casa dalle pareti bianche, ha l’aria di uno che è sempre vissuto in una casa dalle pareti bianche e non potrebbe vivere altrove, una casa col giardino e una macchina lucida parcheggiata nel vialetto, in un quartiere che non è Maelstrom, di certo. A Maelstrom ci viviamo noi, che siamo la feccia. A Maelstrom la gente perbene ci va solo a caccia.
L’uomo cerca un paio di minorenni per una nottata da ricordare. Preferisce la carne giovane ed intatta, possibilmente senza futuro. Ma quella donna è l’inferno e lui ne è attratto.
«Ehi, piccola».
Una vibrazione nell’aria. La voce è molle come il suo corpo avvolto nel soprabito grigio. Hai coraggio da vendere, vecchio mio.
Jack mi guarda e sorride: nei suoi occhi vedo riflesso un assassino bastardo senza fissa dimora che ha perduto per sempre il suo grande amore: ho un aspetto terribile. Jack è felice perché non ha mai perso nessuno. L’emicrania mi perfora il cervello, se non avessi un gran bello spettacolo da contemplare me ne andrei a letto e dormirei tre giorni.
«Il pedofilo ha rimediato una banshee per cena». Jack “Black” Silver indica la donna col mento, e muove la sigaretta tra le labbra. «Imbecille» continua con un ghigno. Un filo di fumo si allunga verso il cielo color cartone. Una banshee, così chiamiamo le donne-killer di Maelstrom.
Mastico il mio tabacco e nelle vene sento una vaga euforia. Avremo sangue. Ancora. Una donna che uccide e una donna che fa l’amore... dov’è la differenza?
Povero avvocato di B. Street. Cosa sei venuto a fare fin quaggiù? Non ci si avventura per le strade di Maelstrom se non sai per certo di essere tu il cacciatore.
Lo sconosciuto segue la banshee dietro un angolo. Idiota.
Ci godiamo lo spettacolo dall’alto. E’ come un film o una cosa dannatamente simile ad una vecchia pellicola in bianco e nero. Un 8mm del cazzo che ti si stampa sulla retina per sempre.
«Ehi bellezza! Fermati un attimo, bambina! Voglio solo vederti bene in faccia!».
La donna si ferma. Lui la raggiunge, va verso di lei con aria feroce, è entusiasta come quando stana un ragazzino abbastanza solo da non poter essere salvato. La donna si volta. Che ne dici ora, grande uomo? Lo senti l’odore della tua fine? Occhi bruni come l’inverno, occhi senza paura che sbranano il giorno impietoso a piccoli morsi letali.
Con un colpo netto e silenzioso la donna gli caccia in gola la lama. Lo sconosciuto avvocato cade in ginocchio, domani i giornali ne parleranno, ci sarà un necrologio, i fiori dei colleghi, una moglie libera e piena di rancore, un ragazzino che avrà il suo eroe fino a quando non capirà chi era davvero suo padre. Suo padre che ora è in ginocchio in un vicolo di Maelstrom.
La banshee è su di lui, gli fa ingoiare la lama fino all’elsa. Non vedo bene il viso di lei, ma so che è splendido e terribile, come gli incubi della mia infanzia, e sento nell’aria il suo sorriso distratto, so per certo che lei sta ridendo, con le labbra color sangue su cui trema una scheggia di vita.
L’uomo rantola qualcosa.
«Gli sarà piaciuto?» mi chiede Jack divertito. Poi sputa e si ritira masticando imperturbabile la sua stentorea morale. Torno a guardare il povero idiota che ha sfidato la banshee. La donna è sparita. Occhi neri e lunghi capelli di fuoco. Non ti dimenticherai di me, vero?
L’uomo è riverso sull’asfalto, mi rivolge uno sguardo di sfida. Dio se è bella, sembrano dire i suoi occhi spalancati.
Credits
Layout, Grafica, HTML,
Foto, Fotomanipolazione -
ELY
Il titolo del blog è una
canzone dei My Bloody Valentine -
(When
You Wake) You're Still In
A Dream.